Esperienza e Teologia - Rivista di approfondimento teologico e pastorale dello Studio Teologico San Zeno e dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose San Pietro Martire di Verona


Numero 22

Gennaio - Dicembre 2006
«Fragilità».
I. Debolezza e riscatto

 

 

Introduzione

A partire dal Convegno Ecclesiale di Verona:
«Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo»

Giovanni Girardi (pp. 5-6)

 

Studi

L’uomo: essere fragile
Mario Bizzotto (pp. 7-24)

«Aprire lo sguardo verso il Dio della Bibbia...».
Il cammino del pensiero occidentale e la riscoperta del volto fragile di Dio

Nicoletta Capozza (pp. 25-42)

«Indicami la mia fine … e saprò quanto sono fragile» (Salmo 39,5)
Martino Signoretto (pp. 43-57)

La fragilità riscattata.
La figura di Pietro nel vangelo di Marco (I)

Gianattilio Bonifacio (pp. 59-77)

Ha conosciuto e soccorso la nostra fragilità.
Un sondaggio cristologico

Giovanni Girardi (pp. 79-103)

Vivere la fragilità secondo la fede cristiana
Giuseppe Laiti (pp. 105-118)

Progettarsi nel cambiamento.
Riflessioni sulla figura del presbitero a partire dal Sinodo Diocesano

Ezio Falavegna (pp. 119-142)

 

Note

Chronicon
Daniele Cottini (pp. 143-144)

 

 

 

 


INTRODUZIONE


A partire dal Convegno Ecclesiale di Verona:
«Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo»

 

di Giovanni Girardi

 

Con il presente numero, Esperienza e Teologia assume cadenza annuale.

 

Il fascicolo, insieme con il successivo che ne proseguirà lo sviluppo, è dedicato alla ripresa di un ambito tematico esaminato nel Convegno Ecclesiale di Verona (16-20 ottobre 2006), quello della “fragilità”. L’abitudine diffusa nel nostro tempo a consumare eventi senza capitalizzare l’esperienza ci suggerisce l’importanza e l’urgenza di non lasciar cadere momenti significativi della vita di Chiesa, contribuendo alla loro recezione anche attraverso il servizio del pensiero della fede, che è la teologia.

La Nota pastorale dei Vescovi italiani seguita al Convegno auspica una sempre più larga condivisione delle tre scelte di fondo in esso maturate, che guidano l’articolazione del documento e costituiscono anche un metodo di lavoro: «il primato di Dio nella vita e nella pastorale della Chiesa», «la testimonianza, personale e comunitaria, come forma dell’esistenza cristiana», «una pastorale che converge sull’unità della persona» (1).

Il tentativo di coniugare l’eccedenza del Vangelo con le forme universali dell’esperienza umana storicamente connotate rappresenta, pertanto, un frutto del Convegno carico di promesse (2). Non sarà facile ripensare l’intera pastorale in questa prospettiva, ma lo spunto offerto dal Convegno e raccolto dal Presidente della CEI già al termine di esso (3) invita a non lasciar cadere pigramente questa possibilità cullandosi nella spinta inerziale della prassi consolidata.

Riguardo al nostro tema, ricorda la Nota, la comunità ecclesiale è chiamata ad offrire «una parola di senso e di speranza per ogni persona che vive la debolezza delle diverse forme di sofferenza, della precarietà, del limite, della povertà relazionale» (4).

Il mondo delle fragilità è stato descritto ed esplorato nella duplice dimensione di “problema” e di “risorsa”. A questa prima sfaccettatura dedichiamo il numero 22 di Esperienza e Teologia, nel quale, a partire da diverse prospettive convergenti, intendiamo evidenziare come la condizione di vulnerabilità e debolezza lasci intravedere possibili aperture alla preziosità dell’umano, da custodire e promuovere, e alla novità indeducibile dell’azione di Dio, che compartecipa, riscatta e compie.

Con una riflessione sulla «fragilità» nei suoi diversi aspetti, ci proponiamo di mettere a disposizione un modesto contributo affinché anche lo sforzo dell’intelligenza possa sostenere la testimonianza offerta al mondo attingendo a quella speranza che sgorga dal Cristo crocifisso e risorto (5).

 

NOTE

 

(1)   «Rigenerati per una speranza viva» (1Pt 1,3): testimoni del grande «sì» di Dio all’uomo. Nota pastorale dell’episcopato italiano dopo il 4° Convegno Ecclesiale Nazionale, n. 4, in Conferenza Episcopale Italiana, Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo. Atti del 4° Convegno Ecclesiale Nazionale. Verona, 16-20 ottobre 2006, Dehoniane, Bologna 2008, 16.

(2)   Cf F. G. Brambilla, La chiesa italiana dopo Verona, in «Teologia» 31/4 (2006) 503-513.

(3)   Intervento conclusivo di S.Em. il Card. Camillo Ruini (20 ottobre 2006), in Conferenza Episcopale Italiana, Testimoni di Gesù risorto, 541-543.

(4)   «Rigenerati per una speranza viva», n. 12.

(5)   Cf Omelia del Santo Padre Benedetto XVI nella Concelebrazione eucaristica (19 ottobre 2006), in Conferenza Episcopale Italiana, Testimoni di Gesù risorto, 70-71.

 

Torna all'indice





L’uomo: essere fragile

di Mario Bizzotto

 

Sommario

La fragilità dell’uomo affonda le sue radici nell’essere, si esplicita poi nell’esperienza quotidiana. Non c’è pensatore che non ne abbia parlato senza nascondere il proprio sconcerto e nel contempo riconoscendovi un’opportunità particolarmente favorevole per un processo di maturazione umana. La fragilità allora, di per sé espressione d’una carenza, si rovescia in un’accezione positiva. È nota l’affermazione che definisce l’uomo un “essere malato”, chiarendo ulteriormente che “i malati e i deboli sono più umani, hanno più spirito”. Così Nietzsche, ripensato poi da Th. Mann, che parla d’un “principio geniale” della malattia. Le reazioni all’esperienza della fragilità sono tante quanti sono gli individui. C’è chi ravvisa nelle alterne vicende della vita una necessità ineluttabile, di fronte alla quale non resta che rassegnarsi passivamente, chi al contrario sfida il destino in gesto eroico o tenta di salvare davanti al naufragio l’imperturbabilità dell’animo. In ogni caso senza il salto nella trascendenza si esce sempre come vittime. Alla fragilità umana non resta che un solo rimedio: la risposta della fede.

 

Torna all'indice





«Aprire lo sguardo verso il Dio della Bibbia...».
Il cammino del pensiero occidentale e la riscoperta del volto fragile di Dio

di Nicoletta Capozza

 

Sommario

«La religiosità umana rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio nel mondo, Dio è il deus ex machina. La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare. In questo senso si può dire che la descritta evoluzione verso la maggiore età del mondo, con la quale si fa piazza pulita di una falsa immagine di Dio, apra lo sguardo verso il Dio della Bibbia, che ottiene potenza e spazio nel mondo grazie alla sua impotenza». Così scrive Bonhoeffer all’amico Bethge nel luglio del 1944 dal carcere di Tegel. Il teologo tedesco collega il volto biblico del Dio sofferente al «cammino del mondo verso la maggiore età», verso l’emancipazione, verso l’autonomia nei confronti del Dio tutore, del Dio tappabuchi, del deus ex machina. Si tratta di uno degli stimoli più interessanti che Bonhoeffer lascia in eredità alla riflessione teologica successiva: pensare la modernità e tutta la critica alla religione in essa contenuta come un processo di purificazione dell’idea di Dio piuttosto che come un pericolo e una tentazione. E forse anche qualcosa di più: la riscoperta del volto biblico di Dio può contenere anche il germe per un ripensamento delle stesse categorie di potenza/impotenza, di forza/debolezza, di pienezza/fragilità, perché la rivelazione biblica ci mostra come la vera potenza si manifesti proprio nell’impotenza, la vera forza si dia nella debolezza e la pienezza della vita si raggiunga attraverso la fragilità. Cosa significa questo «scandalo» (1Cor 1,18-25)? In che modo esso ha provocato e provoca il pensiero occidentale? E soprattutto come esso si incrocia con la filosofia contemporanea, che è per eccellenza filosofia della crisi (crisi della metafisica, dell’ontologia, dell’etica, dell’estetica...)? L’articolo, ben lungi da qualsiasi pretesa di completezza, vuole proporre una pista di lettura che, raccogliendo le provocazioni di Bonhoeffer, rilegga la crisi del logos occidentale alla luce del ripensamento del volto sofferente del Dio biblico.

 

Torna all'indice





«Indicami la mia fine … e saprò quanto sono fragile» (Salmo 39,5)

di Martino Signoretto

 

Sommario

La fragilità nelle Scritture è riconoscibile se penetriamo il mistero della povertà, anzi, dei poveri nella Bibbia. I poveri sono identificati in vari modi, di conseguenza la fragilità si presenta sotto varie forme, diventando limite invalicabile, una soglia che solo una mano potente, un intervento dall’alto può far valicare. Da questa situazione, da questa soglia scaturisce il “grido” e la “protesta”, che nei salmi incontriamo spesso, come particolare genere letterario, un modo insolito di rivolgersi a Dio. Il Salmo 39, nel contesto del salterio, colloca la fragilità dell’orante nella traiettoria storica salvifica e sapienziale. La fragilità, infatti, si trova riconosciuta da un “osservatorio creativo”, da un punto di vista insperato e in grado di aprire il cuore e la mente verso percorsi imprevedibili di luce.

 

Torna all'indice





La fragilità riscattata.
La figura di Pietro nel vangelo di Marco (I)

di Gianattilio Bonifacio

 

Sommario

Marco riserva ampio rilievo al personaggio di Pietro e gli garantisce un importante ruolo nell’impianto comunicativo del II vangelo. In quanto portavoce dei Dodici/discepoli, egli viene spesso messo in risalto sia rispetto al gruppo più ampio, sia rispetto a quello più ristretto, con Giacomo, Giovanni e Andrea. Mano a mano che si dipana il racconto, Gesù stesso, interagendo con Pietro, ne modella progressivamente il personaggio che così diventa – per il lettore – la figura discepolare di riferimento. Questo dispositivo narrativo non viene meno nei racconti della Passione. Anzi proprio lì raggiunge la sua massima forza espressiva. Il confronto tra la fermezza di Gesù e la boriosa pavidità di Pietro ne decostruisce impietosamente il personaggio. Solo il Risorto lo saprà ricostruire nella sua identità di discepolo e portavoce del gruppo. Pietro viene costituito come il “primo”, perché, fino in fondo, è stato “ultimo”.

 

Torna all'indice





Ha conosciuto e soccorso la nostra fragilità.
Un sondaggio cristologico

di Giovanni Girardi

 

Sommario

Come si è posto Gesù di fronte alla fragilità umana? Ha personalmente conosciuto e sperimentato la nostra fragilità? Fino a che punto e in quali aspetti ha condiviso questa dimensione della nostra esistenza? In che misura Dio si è implicato nell’esperienza umana del suo Figlio? Sono gli interrogativi guida del sondaggio cristologico effettuato in riferimento alla tematica della fragilità (come vulnerabilità e come fallibilità). La ricognizione consente di evidenziare che la singolarità di Gesù Cristo unita alla condivisione reale della condizione umana («in ogni cosa… escluso il peccato»), mentre lo espone personalmente all’esperienza della debolezza umana, gli consente un’efficace azione salvifica, in forza dello Spirito, che rivela il volto inedito del «Dio Padre onnipotente» nella figura dell’«Abbà» fedele nell’amore, che dispiega la sua potenza nella debolezza del Crocifisso-Risorto. Si apre così una prospettiva di sensata speranza per il credente, che ancora sperimenta la propria debolezza e la fragilità mentre attinge alla risorsa dello Spirito.

 

Torna all'indice





Vivere la fragilità secondo la fede cristiana

di Giuseppe Laiti

 

Sommario

L’intervento si propone di tendere un filo tra il versante antropologico, il centro cristologico e lo spazio ecclesiale e del vissuto cristiano relativamente al dato/esperienza della fragilità. La fragilità si presenta ad un tempo come condizione dell’esistenza umana, esposta alla vulnerabilità, e categoria spirituale, atteggiamento di fondo di fronte alla vita. Fragilità è la nostra condizione di limite, ma può anche divenire modo personale originale di interpretarla e viverla. L’evento pasquale di Gesù rivela, proprio dall’interno della passione a cui la fragilità espone, la ricchezza che essa è suscettibile di portare come gratuità e fedeltà dell’amore. Di qui trae luce sia la condizione della fede cristiana nel mondo in quanto cammino mai concluso, sia prende forma la sapienza del credente come arte di interpretare e vivere le fragilità dell’esistenza che incontra. Il pane spezzato dell’eucaristia come modo della presenza del Signore risorto tra noi celebra le possibilità della nostra esistenza pur dentro le nostre fallibilità. Esso dice la speranza della fede come pratica della carità.

 

Torna all'indice





Progettarsi nel cambiamento.
Riflessioni sulla figura del presbitero a partire dal Sinodo Diocesano

di Ezio Falavegna

 

Sommario

L’articolo propone una lettura eminentemente pastorale del vissuto presbiterale emerso durante il Sinodo celebrato a Verona negli anni 2002-2005. Vi emergono l’attenzione e la significatività del ministero presbiterale dentro la comunità ecclesiale, attorno alla sua configurazione pastorale. In particolare, viene messo in luce come affiorino disagi e fatiche ecclesiali, ma anche elementi per “ricomprendere” la figura del prete in relazione al proprio vissuto umano, con Gesù Cristo e con il servizio di annuncio nella e con la comunità. L’ultima parte dell’articolo delinea il profilo ministeriale che il presbitero è chiamato ad assumere e che è sintetizzabile in un percorso su quattro linee guida: il discepolato come cura dell’identità presbiterale; la sinodalità come modo di stare nel ministero; la compagnia come sintonia con la storia; la testimonianza “estroversa e solidale” come sollecitudine per la missione.

 

Torna all'indice