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Mettere a tema il "prendersi
cura", inteso anzitutto come "cura di
sé", può sembrare un cedimento nei confronti di
uno dei tratti più evidenti della cultura
contemporanea: la forte tendenza ad un ripiegamento
narcisistico. Venuta meno la risorsa delle ideologie,
delle grandi visioni del mondo e della storia a cui
potersi dedicare, l’uomo contemporaneo sembra sempre
più ritirato nel privato, unico luogo in cui può
dedicarsi a sé dal momento che l’apparato in cui vive
non sembra averne una considerazione personale,
ma semplicemente funzionale al mantenimento e
accrescimento dell’apparato stesso (1).
L’accusa di prestarsi a questo
"cedimento" potrebbe trovare forza anche in
una lettura dell’ideale di vita cristiana in cui ogni
attenzione a sé è vista come disvalore. Secondo questo
"sentire" espressioni evangeliche quali
"perdere la propria vita", "prendere la
propria croce" … vengono lette come fondamento di
un ideale di vita in cui dedicarsi agli altri può
essere autentico solo nella dimenticanza, se non
addirittura nel disprezzo, di sé. Nella stessa
tradizione del pensiero cristiano non mancano
prospettive che hanno contribuito a dar corpo a tale
visione (2).
A fronte di queste prime impressioni
appare necessaria una più approfondita indagine su un
tema che "ha radici lontanissime […] e si
sviluppa secondo forme e intenzioni differenti a seconda
dei contesti e delle epoche" (3),
accompagnando tutta la parabola percorsa dall’uomo
occidentale nel determinare la propria fisionomia. Si
giunge così a riconoscere che "la "cultura di
sé", vale a dire un rapporto intensificato con se
stessi, è una nozione tardoantica, e di qui, con
diverso senso, trapasserà nel cristianesimo" (4),
tanto che le stesse pratiche cristiane d’ascesi
possono essere viste come "uno dei modi,
storicamente determinati, del prendersi cura di
sé"(5).
Un ulteriore modalità della cura di sé va vista nella
"svolta antropologica" che contraddistingue la
modernità, e accompagna tutto il suo percorso dal
sorgere dell’attenzione al soggetto, fino al dubbio
sul suo sussistere nell’età della tecnica.
Se lo si avvicina nella sua ricchezza
e ampiezza il tema del "prendersi cura" non
può perciò essere confuso con una sorta di
"cosmesi" della propria vita, con un
ripiegamento narcisistico, rifugio ed evasione nei
piccoli e sicuri spazi del privato per incapacità di
pensare a orizzonti più ampi; non è nemmeno da
ricondursi all’affanno che nasce in noi per i tanti
problemi della vita di fronte ai quali appare tutta la
nostra precarietà. Se siamo in grado di stare dentro il
nostro tempo, di percepirlo ancora, nonostante tutto,
come promettente è proprio perché siamo in grado di
prenderci cura. La "cura", appare allora come
la gioia e la fatica dell’uomo che nel tempo
assegnatogli si sente chiamato a custodire la propria
umanità, "essa comprende tutte le possibilità
dell’esistenza in quanto sono vincolate con le cose e
con gli altri uomini e sono dominate dalla
situazione" (6).
A partire da queste prime impressioni
e dei rilievi che le hanno accompagnate ci è parso
utile approfondire il senso del "prendersi
cura", per poter vedere se e come in questa
categoria è racchiusa la memoria del cammino dell’uomo
contemporaneo, se le fatiche e le derive che oggi
incontra vengono da un eccesso di attenzione a sé o
piuttosto dall’aver dimenticato di prendersi cura di
sé.
Riconosciuta la fecondità del tema,
era necessario intravedere una prospettiva di accesso;
infatti, l’ampiezza e la ricchezza che lo
contraddistingue è tale che "una ricognizione
storica della "Cura di sé" è
impossibile" (7),
si può forse solo tentare di "delineare i tratti
essenziali del prendersi cura, identificarne le ragioni,
i modi, il carattere, darne una fenomenologia" (8).
Anche rispetto a questa impresa più limitata la
riflessione che intendiamo presentare si propone un
obiettivo più modesto. Vuole essere semplicemente un
invito a meditare su di un tema particolarmente fecondo,
di cui riconosciamo tutta l’urgenza in un tempo in cui
la "cultura dell’umanità" non appare
affatto ovvia, a fronte di un sempre più invadente
interesse per ciò che è immediatamente riconducibile
al binomio produzione-consumo. Ancora, ci è parso
importante ascoltare la parola del Vangelo, e la sua
custodia nella tradizione cristiana, per vedere come qui
è stata vista e maturata la cura di sé non solo
perché pota a intravedere l’inganno di una
superficiale lettura del Vangelo, ma anche perché
sembra mostrare in questa categoria "laica"
una risorsa per dire all’uomo d’oggi il valore
evangelico dell’amore.
La riflessione che il tema ha
stimolato ha permesso di raccogliere vari e diversi
contributi che si è pensato di organizzare in due
percorsi. In questo numero si cercano di delineare
"motivi e significati" del prendersi cura. In
prospettiva interdisciplinare si va a vedere attraverso
la lettura di alcuni testi evangelici
"provocatori", un saggio di lettura
patristica, la testimonianza del pensiero filosofico, e
una rilettura teologico-sistematica, come il
"prendersi cura" sia promotore di un’autentica
umanità.
Il dialogo ha aperto spazi per altri interventi che
permettono di pensare come lo stesso tema sia
rinvenibile in diversi "luoghi ed esperienze";
questo ulteriore sviluppo verrà raccolto in un prossimo
numero della rivista.
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