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"Credo nello Spirito Santo...": è la fede che professiamo nella Chiesa e che in questo secondo anno di preparazione al Giubileo del Duemila ci impegna a lasciarci plasmare, con rinnovata disponibilità, dall’azione dello Spirito del Risorto, sempre all’opera per la salvezza di ciascuno.
Credere nello Spirito Santo non si risolve, infatti, in un semplice credere nella sua esistenza. Neppure si tratta di comprendere e formulare in modo appropriato ciò che riguarda la sua origine (cfr. Cantalamessa, 483-484). Credere nello Spirito Santo comporta bensì accoglierne la presenza e, quindi,
affidarsi alla rivelazione che Dio è Amore e che questo Amore è l’ultima e vittoriosa Parola pronunciata dal Padre sul nostro mondo e sulla nostra vita: quella Parola vera e significativa, che è il suo Figlio Gesù.
La riflessione teologica fa parte di questo cammino. Vi contribuisce consolidando il profondo radicamento delle convinzioni di fede e sollecitando la loro purificazione in riferimento al Vangelo creduto e vissuto nella Chiesa.
In questa prospettiva, il periodo che stiamo vivendo non è più caratterizzato da quell’oblio dello Spirito da più parti e giustamente lamentato. Sia al livello dell’esperienza, dove un considerevole numero di credenti vive una fede decisamente segnata dal riferimento allo Spirito, sia al livello della
ricerca teologica, dove le pubblicazioni su questo tema si sono moltiplicate e diversificate con un’abbondanza talora disorientante, lo Spirito Santo ha guadagnato una posizione di riguardo e un’attenzione inedita (cfr. Hilberath, 8-18).
Il fenomeno si è affacciato in concomitanza col più generale e generico risorgere del senso religioso, che sembra assumere i tratti di una rivincita ambivalente della dimensione profonda e insopprimibile della vita umana sul tentativo egemonico della ragione tecnologica, quest’ultima contestata proprio
sul versante delle sue realizzazioni miranti al progresso, ma rivelatesi distruttive (cfr. le guerre mondiali, le dittature moderne, l’oppressione economica, l’invadenza dei media, la tragedia ecologica, la disoccupazione strutturale,...).
Questa coincidenza si profila certamente come un’opportunità non trascurabile, non scevra, tuttavia, di rischi notevoli e potenzialmente fatali.
E in primo luogo proprio quello di sganciare lo Spirito dalla radice cristologica e trinitaria, prescindendo dalla quale esso diventa l’anonimo ricettacolo di tutto ciò che affiora nell’ esperienza religiosa con i caratteri dell’imprevisto, dello straordinario, dello spontaneo, dell’ incomprensibile, dell’immateriale,
se non addirittura del magico, dell’occulto, dell’esoterico, del superstizioso,... (cfr. Lambiasi, 11-18). Consegnare lo Spirito al ruolo del grande sconosciuto coincide con questo rischio di un ripiegamento dell’esperienza su se stessa, che finisce col privilegiare e assolutizzare le sue dimensioni emozionali.
Ma, scongiurato questo rischio, rimane valida in tutta la sua forza l’istanza di sottrarre la spiritualità cristiana ad una comprensione astratta della sua verità, cioè di recuperare la connessione tra le esigenze del soggetto (personale ed ecclesiale) e l’oggettività ed eccedenza del Vangelo, che proprio lo Spirito garantisce.
"L’evento pasquale, compiuto una volta per sempre, come diviene nostro oggi? Per opera di colui che fin da principio e nella pienezza dei tempi ne è l’artefice: lo Spirito Santo. Egli è la novità in persona che opera nel mondo. Egli è la presenza del Dio-con-noi, "unito al nostro spirito" (Rm 8,16). Senza di lui
Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità una dominazione, la missione una propaganda, il culto un’evocazione, l’agire cristiano una morale di schiavi. Ma in lui il cosmo si solleva e geme nelle doglie del Regno, il Cristo risuscitato è presente,
il Vangelo è potenza di vita, la Chiesa significa comunione trinitaria, l’autorità è servizio liberatore, la missione è pentecoste, la liturgia è memoriale e anticipazione, l’agire umano è deificato" (Ignatios Hazim di Lattaquié: Conseil Oecuménique des Églises, Rapport d’Upsal 1968, Génève 1969, 297).
In verità, la massiccia riscoperta dello Spirito, cui assistiamo, non proviene primariamente da provocazioni esterne e occasionali, ma da ragioni interiori alla professione e alla pratica della fede, che il contesto attuale interpella (cfr. Canobbio, 103-119).
Paradossalmente, però, dello Spirito è impossibile parlare adeguatamente e altrettanto impossibile tacere (cfr. K. Barth, L’epistola ai Romani, Milano 1974, 654). Non si dà, infatti, fede cristiana senza dono dello Spirito (1Cor 12,3), per cui risulta radicalmente arduo tematizzare ciò che costituisce la stessa condizione
di possibilità del vivere e pensare la fede. Di fatto, fin dall’inizio, lo Spirito viene identificato non in se stesso, ma a partire dai suoi effetti.
È così che anche oggi l’alveo sorgivo della rinnovata attenzione al tema dello Spirito è precisamente l’esperienza ecclesiale, che si misura con il travaglio di un’epoca di trasformazione. Ogni fase storica di transizione provoca la Chiesa ad interrogarsi sulla propria identità e a tematizzare la figura dello Spirito Santo (cfr. Colzani, in ATI, 5-11).
Ma proprio la dimensione ecclesiale costringe la riflessione a recuperare quel legame tra lo Spirito e Cristo, da cui la Chiesa scaturisce. Il contenuto della pneumatologia è infatti la cristologia (Gv 14,26), ma nello stesso tempo è la pneumatologia a costituire l’orizzonte della cristologia (cfr. Bordoni, 12-13). Così lo Spirito non si disperde nella
genericità indeterminata, ma viene riconosciuto a partire da come ha agito in Gesù. Questo legame con Gesù Cristo, lungi dall’imbrigliare lo Spirito nell’istituzione, costituisce l’apertura universale della salvezza realizzata nell’unico mediatore tra Dio e l’uomo, "l’uomo Cristo Gesù" (1Tm 2,4-5). Lo Spirito, infatti, che sovrintende
all’incarnazione del Figlio (Lc 1,35), che discende su di lui al Battesimo come "unzione" messianica (Lc 3,22), che opera potentemente nel ministero pubblico di Gesù (Lc 4,14.18; 11,20) e nella sua risurrezione dai morti (Rm 1,1-4; Rm 8,11; 1Cor 6,14; 2Cor 13,4; Ef 1,18-20), è lo stesso Spirito atteso per i tempi ultimi (Gl 3,1-2), che
da Gesù glorificato (Gv 19,30; 20,21-23) è effuso su tutti i credenti (Lc 24,49; At 2,33), e su ogni uomo che si apre alla sua salvezza (At 8,14-17; 10,44-48; 11,15-16; 19,1-6).
Dono dell’amore trinitario, che congiunge l’uscire-da-sé (gratuità assoluta di Dio che rende possibile la relazione eterna tra il Padre e il Figlio e quella storica di Gesù-Signore con ogni uomo) e lo stare-presso-l’altro (dimora in Gesù e fa risplendere la gloria del Risorto nella storia dei suoi testimoni), lo Spirito salda la libertà di Dio allo slancio della vita dell’uomo (Colzani, 654-659).
Il tema dello Spirito si connette così alla questione della libertà umana, che dalla sua azione non viene condizionata, bensì affrancata, anzi costituita sul fondamento della libertà vissuta da Gesù, il Figlio di Dio, di fronte al Padre. L’ampiezza dell’azione dello Spirito di Cristo non è circoscrivibile a priori, né delimitabile entro confini etnici,
sociali, culturali, religiosi (GS 22). Su questo presupposto il cristianesimo si trova impegnato in un dialogo interconfessionale ed interreligioso non facoltativo, ma essenziale alla sua identità (Cfr. Esperienza e Teologia, n. 4).
Ancora più ampiamente, lo Spirito è l’apertura di Dio all’intera creazione, per cui la riscoperta dello Spirito ha impegnato la riflessione teologica anche sul versante di una adeguata valutazione del valore della realtà creata e dell’ambiente, che deve radicarsi più profondamente in una comprensione autentica della natura. Non sempre si riscontra in
queste riflessioni, una volta catturate dalla pubblicistica divulgativa, una precisa consapevolezza della peculiarità cristiana del tema, che sappia garantire insieme con la libertà dell’azione dello Spirito anche la sua connessione essenziale alla salvezza realizzata in Gesù, senza scadere in un qualunquismo religioso, né d’altra parte rinchiudersi nella presunzione del monopolio.
In queste pagine vorremmo, attraverso lo strumento della riflessione teologica, dar voce alla multiforme ricchezza che lo Spirito suscita nella varietà delle esperienze dei credenti, con l’intento di restituire l’intelligibilità dell’esperienza stessa, ridisegnare i criteri per discernere e orientarsi in essa, prospettare alcuni modi e forme per una sua efficace comunicazione.
I diversi interventi spaziano dal tema biblico (Gottardi, Barbi, Ginami) allo sviluppo della riflessione patristica (Falavegna), dalla prospettiva liturgica (Girardi L.) all’esperienza morale (Gaino) ed estetica (Valdinoci), dall’approfondimento sistematico (Laiti) alla comunicazione catechistica (Biemmi, Ganzarolli, Ronzoni, Soravito).
La raccolta dei contributi non si preoccupa della completezza degli aspetti trattati, né della precisazione di un’unica angolatura di osservazione. Più semplicemente, da varie prospettive, le molteplici sollecitazioni convergono nell’intento di accompagnare la ricerca e il cammino ecclesiale in quest’anno di preparazione al grande Giubileo del Duemila.
Ravvivato dall’invito lungimirante del Papa e collocato nell’orizzonte del progetto pastorale diocesano, il desiderio di ricerca, che caratterizza la fede adulta, può così rimotivare la pazienza di approfondire la riflessione sull’esperienza della Chiesa, che "crede nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita...", e ritrovare la gioia di comprendere il senso della fede professata.
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