ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE SAN PIETRO MARTIRE


Anno accademico 2009-2010

 

  ANTROPOLOGIA TEOLOGICA

«In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo» (GS 22). Le parole del Vaticano II fissano un principio ermeneutico ormai irrinunciabile all’antropologia teologica (ATh), attesa al compito di articolare la comprensione cristiana dell’uomo nel gesto dell’intelligenza della fede. A motivo di questo carattere ermeneutico, esse suggeriscono anche una rispettosa direzione di metodo al dialogo di quelle competenze (scienze umane, filosofia, teologia) che, a diverso titolo e in fruttuosa autonomia, rispondono coralmente all’esigenza di “dire l’uomo” come partner di una storia di salvezza.
È proprio quest’ultima a dare all’Ath lo spunto geneticamente decisivo, la specificità della prospettiva, i primi significati con cui lavorare. Lo fa presentando l’uomo come partner di Dio, impegnato nella modalità del sì all’Alleanza o della chiusura colpevole. Stila, in tal modo, una grammatica che esprime l’uomo come poema di Dio e di se stesso senza separazioni o riduzioni della sua realtà pluridimensionale (fragilità, socialità, riferimento all’altro, storicità, intelligenza, spiritualità...). Questo è quanto il vocabolario ebraico trasmette (nephesh, ruah, leb, basar...) e di cui il Nuovo Testamento non può che risentire profondamente.
Nelle Scritture, l’uomo è più “raccontato” che “definito”. Questo singolare sguardo apre il varco ad un’ontologia storica in cui il presente della sua libertà chiamata a compiersi filialmente, il passato della sua origine creata e il futuro del suo destino escatologico sono determinati dal dono promesso e attuato del Figlio fatto carne, crocifisso e risorto, e dello Spirito che grida ‘Abbà’ (Rm 8,15).
La sensibile diversità delle antropologie prodotte nella riflessione dei Padri è luminosamente istruttiva circa le capacità della fede cristiana di incontrare gli orizzonti culturali e di diventare loro lievito. Nella nobile linea di continuità rappresentata dal pensiero filosofico disponibile, esse sanno inserire la novità dell’evento cristico-pneumatico, sostituendo all’opposizione fissa dei componenti (corpo, anima...) l’armonia dinamica degli aspetti resa possibile dallo Spirito del Figlio.
Il pensiero cristiano, segnato dalla formidabile influenza di Agostino, dalla mirabile sintesi di Tommaso, dalla concentrazione della Riforma sulla grazia oltre ogni “esigenza” della natura, dalla risposta del Concilio tridentino, registra i differenti tentativi di custodire la straordinaria fecondità dello sguardo rivelato sull’uomo, ma anche la difficoltà di mantenere in tensione positiva, non riduttiva, il dato della priorità della grazia con quello del reale spessore da riconoscere alla positività dell’uomo creato e responsabile dei suoi atti. Da questo punto di vista, la Dichiarazione congiunta del 1999 rappresenta un traguardo apprezzabile e uno stimolo energico a superare vecchie contrapposizioni. Mai sufficientemente erosa è, invece, una visione dualistica dell’uomo (corpo-anima), della quale l’antropologia cristiana rappresenta il correttivo, ma di cui nella storia è stata anche parzialmente il vettore.
La rinnovata centratura cristologica del discorso antropologico, di cui il Vaticano II è insieme frutto e testimonianza, sfronda e dà figura unitaria all’ATh, che pone finalmente a tema l’essere umano come destinatario di un’unica vocazione: quella «divina» (GS 22). L’attenzione scrupolosa alla vicenda genuinamente ed integralmente umana di Cristo (perfectus homo, GS 38.45; e homo perfectus, GS 22.41) esige la coerente esecuzione d'un progetto di ATh per la quale l’uomo è da sempre pensato come depositario di un dono che non solo lo arricchisce, ma lo costituisce: essere immagine di Dio in quanto immagine di Cristo (cf Comunione e servizio nn. 52-55), nell’insieme delle dimensioni sopra evocate. Essere immagine di Dio, però, non rappresenta un dato fisso, ma un dono affidato quale compito storico dotato di tensione escatologica (i Padri esprimevano questo mantenendo legate, ma anche differenziando immagine e somiglianza). Nella sequela di Cristo, animata dallo Spirito, l’uomo attinge alla forma filiale della libertà e, vivendo una vita nella fede, nella speranza e nella carità, fa proprio il dono di compiersi «nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13). Obbedendo, invece, alla logica del peccato, egli opta per un compimento autarchico, il cui danno risulta visibile e misurabile nelle “opere della carne” (cf Gal 5,19-21).
Teologicamente parlando, l’uomo si lascia comprendere principalmente a partire dalla sua solidarietà con Cristo, ma anche, in seconda battuta, dalla sua complicità con Adamo.

 

Testi di riferimento

·                     G. Colzani, Antropologia teologica. L’uomo: paradosso e mistero. Nuova edizione (= Corso di teologia sistematica 9), Dehoniane, Bologna 1997, 620 pp.

·                     Commissione Teologica Internazionale, Comunione e servizio. La persona umana creata ad immagine di Dio (= Magistero), Paoline, Milano 2005.

·                     E. Conti (ed.), L’uomo in Cristo. Introduzione all’antropologia teologica (= Teologia per laici), Ancora, Milano 2007, 240 pp.

·                     A. Scola - G. Marengo – J. Prades López, La persona umana. Antropologia teologica (= Di fronte e attraverso 536), Jaca Book, Milano 2000, 360 pp.

 

 

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